Cascina Ponchia - Monterosso - Bergamo

Monterosso, un quartiere dimenticato. E non basta Casa Marisa a sostituire Cascina Ponchia….

In questi giorni si sono susseguite sulla stampa notizie riguardanti il quartiere di Monterosso, sulle quali non abbiamo potuto fare a meno di trovare un tratto comune.

Sull’Eco di venerdì, in un articolo titolato: Monterosso, la protesta dei residenti «Senza Poste, pochi servizi e case vuote» si dà conto di un quartiere che si sta, lentamente ma inesorabilmente, trasformando in quartiere dormitorio.

Già a settembre 2021 i residenti lamentavano la chiusura dell’ultimo sportello bancomat che seguiva di pochi mesi la chiusura del piccolo supermercato in via Galilei.
Ora la chiusura dell’ufficio postale di via Tremana, con “gli anziani [che] saranno costretti a spostarsi con il bus fino agli uffici postali di piazzale Oberdan o in via Corridoni, mentre prima si spostavano a piedi. […] Le Poste sono solo il problema più urgente, le criticità sono diverse. […] dinamiche che stanno indebolendo anche altre zone della città, come la mancanza di negozi di vicinato“.
E gli appartamenti Aler disponibili e vuoti, una quarantina. “La Regione Lombardia deve intervenire e fare entrare le famiglie“.
Infine la “carenza del trasporto pubblico locale che dopo le ore 20 cessa di servire il quartiere” e “l’ostello da tempo chiuso“.

Argomento di uno dei due articoli di domenica: l‘ostello chiuso dall’Ottobre 2022, di proprietà della Provincia che però non ha stanziato quanto necessario al risanamento, né sembra intenzionata per ora a impegnarsi in questo senso.
Lo spettro della solita trafila abbandono – degrado – cessione sottocosto al privato sembra farsi sempre più vicino.

Ma è l’altro articolo di domenica, sulla Cascina Ponchia, re-inaugurata nella sua nuova veste di alloggio per persone con autismo, che ci ha fatto sobbalzare.

Non siamo d’accordo sulla parole della sindaca Carnevali, secondo la quale la cascina sarebbe “uno spazio pubblico che dal 1997 non aveva ancora trovato una vocazione”.

Pur apprezzando l’utilizzo sociale della cascina, non possiamo non ricordare quello che cascina Ponchia è stata, per anni, per il quartiere e per la città. Dal 2013 al 2020, la cascina è stata il luogo di un’esperienza, quella della Kascina Autogestita Popolare intitolata alla partigiana Angelica “Cocca” Casile, centrale per la vita sociale e aggregativa di Monterosso per i 7 anni di occupazione.

Nell’ottobre del 2020, quando la Kascina fu sgomberata dalla Polizia, si formò un comitato nel quartiere, il Comitato Ponchia 8, che richiese la cascina come Bene Comune, e si propose per una gestione temporanea.
Pur prendendo atto dello sgombero, proponeva che la cascina restasse uno spazio ad uso pubblico con fini di socialità, un’esigenza che riguarda i cittadini tutti.

Usando le parole che il Comitato espresse allora in una lettera all’Amministrazione “Negli anni la Kascina e tutte le persone che le orbitavano intorno hanno costruito un modello di partecipazione e condivisione raro in questa città: costruire integrazione, socialità ed eventi culturali in un quartiere, a titolo completamente gratuito e senza fini di lucro è un’attività che sta scomparendo sempre di più. Il modello di aggregazione della Bergamo smart è sempre più relegato a luoghi di mero consumo, dove anche il divertimento diventa esclusivo, dove gli “indesiderati” sono relegati ai margini e dove l’iniziativa privata guadagna sempre più terreno rispetto al bene pubblico e comune.”

Lo spazio pubblico, signora sindaca, aveva trovato una vocazione, che sarebbe stata linfa vitale per il quartiere. Purtroppo, dopo lo sgombero manu militari, la richiesta di un confronto pubblico fatto dal Comitato Ponchia 8 “con il Comune, gli abitanti del quartiere, gli attivisti e le attiviste della Kascina e tutti e tutte coloro che ritengono importante il bene comune in una città sempre più esclusiva per scrivere insieme il futuro di un pezzo importante della città” andò a sbattere contro il muro di gomma del silenzio dall’amministrazione.

Quando oggi ci si chiede come restituire vita a un quartiere dove non passano autobus dopo le 8 di sera, dove vengono a mancare negozi di vicinato e servizi, forse ci sarebbe da mordersi le mani per la scelta, sbagliata, fatta nel 2020, tra una legalità di facciata e una presenza viva e partecipata di cittadini e cittadine che si proponeva per un futuro al servizio della comunità.

Quando Cascina Ponchia fu sgomberata, all’interno furono murati abiti e viveri che durante l’emergenza Covid venivano distribuiti nelle periferie e ai gruppi sociali dimenticati, mai restituiti, malgrado reiterate richieste.
C’era questo, ai margini, non visto, taciuto e violentemente soffocato.