Marginalità a Bergamo

Come la stampa locale si difende dalla povertà.

Ci sono notizie che scivolano tra le pagine dei giornali, titoli che invece che far soffermare il lettore per un approfondimento vengono rigettati destinando l’informazione che vorrebbero comunicare all’invisibilità.

Non è colpa del titolista o del giornalista, è probabilmente un riflesso di difesa.

Ad esempio solo un mese fa pochi, di fronte alla notizia che le mense della Caritas a Bergamo sono arrivate ad avere 200 utenti, da 140 che erano poco più di un anno fa, si saranno soffermati a leggere del legame diretto che emerge dall’articolo tra la povertà sempre più diffusa in città e il “degrado” in zona stazione. 

Ancora meno, leggendo i commenti all’articolo che ieri parlava dell’ennesima aggressione violenta alle Autolinee, si saranno chiesti chi (esseri umani) viene nascosto sotto l’etichetta del “degrado”.

Spesso persone che hanno perso tutto per una dipendenza, una malattia psichiatrica, un trauma familiare. Spesso persone che hanno dovuto fuggire da guerre e miseria e un sistema razzista e disumano abbandona sulle strade.

Persone che, in un non meglio definito ieri, erano il vicino di casa, la giornalaia, il compagno di viaggio, la madre del compagno di scuola di qualcunə di noi; e non stiamo a chiederci che lingua parlano, che religione seguono o meno, quale sfumatura o colore ha la loro pelle: una domanda così sarebbe di una miseria umana e culturale che vorremmo sparisse dalla città. 

Oggi sono lì. Vivono in strada.
E lo slogan che in campagna elettorale campeggiava su alcuni manifesti “Più decoro e più sicurezza. Nuovo servizio di Polizia Territoriale appiedato e 210 agenti entro la fine del mandato” non li toglie dalla strada né rende più decorosa una città, giocando solo sull’astio e sull’emarginazione.
Sono decenni che la risposta alla miseria consiste di misure di controllo e repressione, telecamere e polizia. Con esiti disastrosi, che non hanno portato a nessun miglioramento, semplicemente perché è la risposta sbagliata.

Usando parole di Don Trussardi, direttore della Caritas diocesana: “il problema non si risolve con interventi massicci che hanno l’effetto di allontanare queste persone verso altre zone della città, rendendole meno controllabili. Il tema vero, è inutile nascondersi, è che non abbiamo più posti da offrire”.

E ancora: “S’interviene in modo emergenziale quando la situazione si fa critica, mentre l’attenzione a questa fascia di popolazione dovrebbe essere più costante. […]  
Oggi le azioni ordinarie non bastano più: servono iniziative sociali, sociosanitarie e altre che competono alle forze dell’ordine. Ma soprattutto bisogna attivare processi affinché le persone vengano accompagnate al di fuori di quel luogo, mentre a volte non si fa che organizzare iniziative che poi riportano le persone lì“.

Servono altre risposte. Accoglienti e solidali.
Servono servizi non “appaltati” al volontariato, ma saldamente ancorati alle strutture di assistenza sociale del Comune.
Servono più spazi, più servizi e più personale.


E invitiamo chi dice che mancano le risorse, vecchio slogan sempre di moda, a porsi una semplice domanda: quanto personale e quanti servizi si sarebbero potuti offrire spendendo diversamente, per accogliere invece che per emarginare, gli 800.000 euro spesi per recintare Piazzale Alpini e destinarlo al profitto di pochi e al piacere della parte più benestante della città? 

*Il lavoro rimarrà lo stesso.
Amare il prossimo. Essere generosi con uno sconosciuto.
Proteggere l’acqua, l’aria, il suolo.
Guarire vecchie ferite. Non crearne di nuove.
Il lavoro rimarrà lo stesso. Infatti, tutto è diventato, all’improvviso, ancora più importante.*
(G.I. Gurdjieff – filosofo armeno – 1866/1949)

https://www.ecodibergamo.it/stories/premium/bergamo-citta/caritas-nelle-mense-140-utenti-200-risposte-nuove-azioni-piu-coordinate-o_2532711_11

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