Sicurezza=militarizzazione

La cultura del bastone.

Dalle pieghe della vicenda che ha portato all’omicidio di Mamadi Tunkara esce, non inattesa, un’immotivata risposta repressiva nei confronti della marginalità, utile solo per propagandare un’immagine di forza nei confronti della microcriminalità, mentre continua a mancare una certamente più utile risposta sociale.

Quando il caso sembra risolto e il movente identificato nella gelosia – ci sarebbe molto da dire sulla cultura patriarcale del possesso maschile, ma non è questa l’occasione – dalla conferenza stampa di ringraziamento della sindaca Carnevali e degli assessori Gandi e Angeloni emerge questo passaggio: “Nelle prossime settimane ci impegneremo a individuare nuove modalità per fornire ulteriori strumenti operativi alla polizia locale (tra queste il bastone distanziatore come autodifesa), per intervenire con maggiore efficacia in situazioni critiche e contrastare la diffusione del possesso di coltelli che sta emergendo come realtà preoccupante nella società.”

La storia del bastone distanziatore non è nuova: comincia nel 2019 con il secondo mandato di Giorgio Gori e del suo Assessore alla Sicurezza Sergio Gandi. Un vecchio pallino, che avrebbe dovuto contrastare “la situazione difficile nella zona di piazzale Marconi e della stazione ferroviaria”, ma già bocciato due volte. La prima da un organismo di controllo “terzo e indipendente che ha il compito di validare le effettive dotazioni di sicurezza delle polizie” perché “nel caso fosse utilizzata in maniera impropria, c’è un cinque per cento di possibilità che possa provocare lesioni più o meno gravi al torso”, il che contraddice sia l’aggettivo “distanziatore” che, potenzialmente, anche la funzione di arma di difesa.

La seconda volta la bocciatura definitiva viene dal Ministero dell’Interno per un motivo semplice che serve a tutelare la cittadinanza: “Non è possibile dotare la polizia locale del bastone distanziatore Ghost, perché non è escluso che possa essere utilizzato in maniera offensiva”.

L’impressione è che si usi la morte di Mamadi Tunkara per reintrodurre una vecchia idea della giunta Gori, cioè per introdurre un’arma supplementare in dotazione alla Polizia Locale.
Un’arma non certo utile per contrastare culturalmente la gelosia e la violenza maschile patriarcale, ma un vecchio pallino già dato altre volte in pasto all’opinione pubblica, il jolly da giocare dopo gli inutili ripetuti incrementi del numero di telecamere e di agenti. Un’arma da usare probabilmente, come nell’originaria intenzione del 2019, contro le persone marginalizzate della Stazione.

Possiamo dirlo?
Non ci sentiremo più sicuri, mentre siamo già da ora delusi dell’ennesima risposta incapace di contrastare la violenza con qualcosa di più costruttivo di una risposta parimenti violenta.